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Per non dimenticare chi ha ordinato l'EDITTO BULGARO (Silvio Berlusconi) e chi l'ha eseguito (IL CDA RAI nominato da tutto il centrodestra): «Quest’uomo lo hanno ucciso: è stato un ostracismo. Non c’è spiegazione per questo modo di agire. Il “Fatto” resterà come esempio classico nella storia della tv pubblica. La Rai cancellandolo ha perso di stima. A Biagi hanno teso un tranello, e parlo come amico di Enzo ma anche come uomo che conosce la realtà. La verità è che Biagi non era utile a qualcuno e quindi lo hanno abbandonato» Cardinale Ersilio Tonini in collegamento con la trasmissione «AnnoZero», ApCom 9 novembre
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16 settembre 2009

Mafia, stragi, nascita di FI.. Si torna ad indagare?

Mi sono preso una bella pausa estiva ma sto per tornare...
Volevo segnalarvi, da l'Unità, un bell'articolo sul riaffiorare delle indagini sulle stragi e sul filone mafia. Che oggi si riesca ad andare fino in fondo?
I FILONI DI FALCONE E BORSELLINO
Perché, spiega Deaglio, «gli anni ‘92, ‘93 e ‘94 sono quelli che mi hanno impegnato di più nelle ricerche, ma anche quelli che hanno determinato la storia d’Italia»: «C’è il crollo del sistema politico, ufficialmente dovuto a Tangentopoli, avvengono i più grandi attentati, Falcone, Borsellino, poi Firenze, Milano, Roma, dopodiché ci sono delle elezioni che ci consegnano un’Italia solo qualche mese prima incredibile, con un partito inesistente, aziendale che conquista la maggioranza. Una situazione mai vista in Europa, sia per il livello di violenza che per i risvolti politici». I singoli fatti sono più o meno noti. Ma a metterli uno accanto all’altro viene fuori quello che Deaglio definisce «l’orribile segreto». Questo. «Sicuramente sia Falcone che Borsellino si stavano occupando di due filoni d’indagine. Un canale di riciclaggio di denaro tra la Sicilia e Milano, tramite il gruppo Ferruzzi, cioè Raul Gardini, che era entrato in Borsa a metà degli anni ‘80 con la Calcestruzzi Spa, al 50% di proprietà di Cosa nostra attraverso i fratelli Buscemi di Palermo, alleati con Riina. E, secondo filone di cui parla apertamente Borsellino nella famosa intervista del maggio ‘92, del rapporto tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano». Nel libro Deaglio scrive dell’incontro a Milano, nel ‘79, tra il capo della mafia di Palermo Stefano Bontate, il palazzinaro Mimmo Teresi e «questo Silvio Berlusconi di cui gli aveva parlato così bene il loro contatto milanese, Marcello Dell’Utri». Il quale convenne insieme agli altri due che «Vittorio Mangano era stata la persona giusta per proteggere Silvio Berlusconi ».Unsalto in avanti, fino al febbraio 83 e alla maxi retata nella notte di San Valentino.«Uno sconosciuto Vittorio Mangano è in mezzo alla lista» degli arrestati per traffico di droga e riciclaggio. «Il forziere sta in alcune banche milanesi (la Banca Rasini è la più esposta), dove hanno depositato i loro risparmi i prestanome dei bossi di Palermo Salvatore Riina e Bernardo Provenzano». Nota oggi Deaglio che «nessuno lo ricorda più ma quella era la banca in cui era impiegato il padre di Berlusconi ». Nessuno si ricorda più di molte altre cose, aggiunge.

LA NASCITA DI FI
Come le motivazioni, formali e non, che hanno portato le procure di Firenze e Caltanissetta all’archiviazione dell’accusa a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi del ‘93, quella «friabilità del quadro indiziario» a cui danno vita le deposizioni dei pentiti ma anche il fatto, scrive Deaglio, che ambedue le procure, tra il ‘98 e il 2000, erano «intimorite dal nome degli indagati ». Un ex premier e ora leader dell’opposizione e «l’artefice della nascita di un nuovo partito in Italia, in soli tre mesi». «Marcello il mediatore », è infatti il titolo del paragrafo in cui Deaglio racconta di come l’allora dirigente di Publitalia abbia mandato «messaggi rassicuranti anche per la cerchia che ruota intorno a Bernardo Provenzano e a Leoluca Bagarella: sta nascendo un nuovo partito in Italia, anche avrà a cuore le giuste richieste siciliane». Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Se ora dovesse essere condannato in appello - ragiona a voce Deaglio - a Dell’Utri non dovrà fare molto piacere pensare che il suo business e political partner può invece contare sulla protezione del Lodo Alfano».



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